L’ultima sigaretta

28 maggio 2016 § Lascia un commento

Amanda quel pomeriggio era un sogno. Splendida, coi suoi capelli nerissimi, la sua pelle bianca, con il suo viso semplice e perfetto.
“Non a casa mia, non voglio”.
Mezzora dopo lui stava suonando il campanello. Seduti sul letto, uno di fianco all’altra. Lui piegato in due, rosso, gonfio di lacrime. Lei ferma. Rigida. Immobile. Le mani appoggiate appena dietro la schiena drittissima.
Lui le piangeva addosso tutti i suoi perché, i dubbi, gli errori; finivano in un vortice i peccati raccolti nel silenzio per anni.
Lei no. Tutto il suo essere, lo sguardo, la mente, tutto era schiacciato contro il muro bianco della stanza, sul lato dove stavano appese le loro foto. Non che lei le guardasse. Avrebbe potuto vomitare, guardandole. Una sola certezza: sentiva che non avrebbe pianto.
È strano come, quando provi a prevedere le tue reazioni, quando immagini un momento, e poi ci arrivi, nell’istante esatto in cui tutto avviene – in quel punto rosso sulla linea bianchissima della tua vita -, proprio lì ti accorgi che tutto è stravolto. E finisci per schiantarti contro l’uomo o la donna che sei, contro l’evidente fatto che non ti conosci per niente.

Lui si mangiava le unghie, zitto. Lei, lenta come un albero che cresce, stava spostando le mani avanti, verso le gambe, con lo sguardo così fermo e inchiodato nel muro, che avresti potuto appenderci un quadro. Era quel riflesso involontario che ogni giorno, a scuola, a casa, dovunque s’impossessava di lei e la obbligava a toccarsi il dito, proprio là dove stava l’anello. Con delicatezza, lo prendeva tra pollice e indice e lo faceva ruotare completamente, due volte. Era come un rito sacro, richiedeva attenzione e tranquillità. Misteriosamente sapeva sempre in modo esatto dove iniziava il giro e dove era giusto farlo finire, tanto che se l’avessero segnato con un pennarello, nemmeno con gli occhi chiusi avrebbe sbagliato di un millimetro.
E così accadeva quel pomeriggio. Accompagnato dal suo respiro regolare l’anello girava, minuscolo, tra le dita sottili. Un primo giro, completo, eterno. Poi ecco, nel sottofondo stonato dei singhiozzi che provenivano da chissà dove, da un altro mondo, forse: un altro giro.
Questo è l’inizio“.

A volte qualcosa di poco definito ti esplode dentro e cambia la struttura del tuo essere, come il profilo di una città al tramonto, dopo un bombardamento.

Subito. Subito vuol dire senza preavviso. Subito tutto era cambiato, la luce, l’atmosfera, il progetto. Lui alza la testa, lei è già in piedi, con le mani sulle sue spalle. Gli occhi rossi si aprono a fatica, e senza capire bene come, finiscono a guardare il soffitto. Poi il mento, la bocca, gli occhi. I capelli nerissimi, che piovono e si mischiano alle lacrime sulle guance di lui. Cinque, sei secondi di mosse esperte, d’abitudine, ed i vestiti erano a terra. I corpi stavano nudi, uniti nella luce di quel pomeriggio di primavera. Subito, lui era là, sdraiato, stupido e rigido, mentre lei, bianca e morbida se ne stava curva su di lui, tanto vicina da respirare il suo fiato spezzato, ma mai troppo vicina, sempre in fuga da quel bacio: il bacio della sconfitta.

Gli automatismi del corpo umano sono sorprendenti: non c’è momento sbagliato, non c’è scelta, non c’è mai emozione tanto forte da impedire ad un uomo di accorgersi del corpo caldo sopra di lui, della vita umana che è ormai pronta a riceverlo.

Ma l’amore non è un automatismo del corpo umano. A volte l’amore è un prigioniero, rinchiuso in gabbia nella volontà di una donna che ha già deciso.

L’amore quel pomeriggio era lento, ritmico e netto, come un enorme macchinario in una fonderia. Non era silenzioso, non si può nemmeno dire che fosse senza passione. Era semplicemente una passione diversa. Una passione grigia, immobile, come gli occhi di Amanda, che lo guardavano stringersi e perdersi nel punto più alto del piacere, senza averci mai capito nulla.

“Mi hai sempre detto che vuoi smettere di fumare. Poi mi hai sempre chiesto di passarti un’ultima sigaretta. Ma l’ultima sigaretta è quella che fumi quando sai già che andrai a comprare un altro pacchetto.
Io non sarò la tua ultima sigaretta.
Questa è la fine.

 

 

 

 

Nothing’s set in stone

18 aprile 2016 § Lascia un commento

Sto pensando a tante cose. La prima è che questo blog è un fallimento.
Nato ‘come sforzo per non tacere’; eppure tace. Tace, mentre io ogni giorno dico tante, troppe cose. Propongo, spiego, scherzo, programmo, progetto, critico, esprimo tutto ciò che esplode nella mia mente con parole, ma non riesco più a scriverle. Da cosa dipenda non lo so. Immagino di aver perso gli stimoli. Sono anni, ormai, che sento di averli persi. Ho perso un’origine, ho perso il motore del mio movimento vitale, e non ho modo di rimediare. Non lo trovo. Tra tutte le maledette parole che ogni giorno, da quando apro gli occhi (forse troppo presto) a quando li chiudo (sempre troppo tardi), saltellano insistenti nella giungla che sta dietro ai miei occhi, non ce n’è una buona, una utile per me. Una che cambi le cose. Le cose fanno schifo. Ormai è evidente. Le cose fanno schifo e io non posso fare nulla per cambiarle.

I know, no matter what I say
Days will come and go
No matter what I say
Nothing’s set in stone
No matter what I say
Days go by

Sto pensando che ho scoperto per caso, grazie alla peggiore delle radio, di essere ancora innamorato di questi ragazzotti, anche se sono un po’ invecchiati. Ho scoperto di saper riconoscere una loro canzone mai sentita prima, perché “o sono i Foo Fighters o la loro cover band ha iniziato a scrivere singoli”.
Vorrei li stessi ascoltando anche tu, in questo momento.
Perché sai, ti vedo. Stai incidendo il mio nome su un blocco di pietra. Con le guance rosse, sposti i capelli dagli occhi, li porti dietro l’orecchio, come facevi quando ti ho conosciuto. Incidi il mio nome sulla pietra perché vuoi che resti lì: perché non vuoi che se ne vada, perché vuoi restare a guardarlo, o forse perché stai già preparando una lapide. Vorrei dirti di non farlo, vorrei dirti che non sono un blocco di pietra con inciso un nome, che non sono una nuvola di polvere e ricordi, di bei giorni e belle parole, di passi e passeggiate. Vorrei dirti tante cose, o forse vorrei dirti solo qualcosa, ma so che ci sono cose che le mie parole non possono cambiare. Invidia, ansia, desiderio, delusione, sofferenza, tempo e distanza.

No matter what I say
Days will come and go

Tutto resta lì, appoggiato con un gomito su quel blocco di pietra scheggiato.
Eppure io non sono lì dentro. Sono fuori dalla pietra, sono qui, sono vivo; tu sei viva.

You’re out of sight, I’m out of mind

È la meraviglia più grande, l’essere vivi, l’essere vivi e liberi. Potersi muovere da soli, poter scegliere, essere indipendenti. Pensare pensieri unici, vivere emozioni irripetibili. L’ho capito guardando un bambino che giocava da solo con un fazzoletto di carta. Nessuno in questo mondo potrà mai capire il senso del suo gioco; eppure lui ha deciso di giocare. Cosa avrà creato, cosa ci sarà stato in quella piccola mente? Immagino che oggi non se lo ricorderebbe nemmeno lui.

Non lo ricorderebbe, no, perché il tempo passa, minuti, ore, giorni, mesi, anni, sovrascrivono lo spazio limitato della nostra mente rubandoci infiniti splendidi momenti: pensieri, desideri, sogni, persino piccoli giochi fatti di bastoncini di legno o fazzoletti di carta, tutto finisce nel vortice, nel tritarifiuti. La voce dei nostri genitori, un giorno forse non la ricorderemo più.
È ingiusto. Profondamente ingiusto. Ma è perfetto, sorprendentemente perfetto. Come tutti i pezzi si incastrino nel puzzle.
Il mondo danza o passeggia al ritmo della sua musica e trascina dietro di sé infiniti sassolini.
Tutto si muove. Ed è per questo che non vale la pena di incidere il mio nome su quella pietra. Perché tutto puoi dire o pensare, ma nulla resta fisso, stabilito, immobile.

Io, io alla fine ti ho persa. Non l’avrei mai detto. Eppure

Nothing’s set in stone
No matter what I say
Days go by

I giorni passano, gli anni passano. Un giorno ti rivedrò spostare i capelli dagli occhi, sistemarli dietro l’orecchio. Quel giorno prenderò a martellate il tuo blocco di pietra scheggiato fino a farne polvere.

Quel giorno troverò il coraggio di innamorarmi di te, un secondo o mille anni prima che il mondo, danzando al ritmo della sua musica, mi porti via, ti porti via con sé.

Amami

8 gennaio 2016 § Lascia un commento

Cloudia è dolce, piccola, col suo caschetto biondo e gli occhi di quel colore che nessuno ha mai capito se è verde, azzurro o se è un colore nuovo, sconosciuto all’arcobaleno. Cammina col suo maglione giallo, morbido, i jeans stretti e le sue scarpine misura 12-14 anni. Cammina veloce, col sorriso un po’ timido che si ritrova sempre stampato addosso quando è persa nei suoi pensieri. Guarda a sinistra, a destra, attraversa la strada. Quella là in fondo è la sua casa, non c’è dubbio. “Quella color mattone con le tapparelle bianche”. È un po’ agitata, è sempre un po’ agitata quando pensa a lui. Controlla il telefono, ultimo accesso alle 18.36, sono le 18.49, sarà bene scrivergli, troppa vergogna suonare il campanello. Ripensa a quell’invito, sul pullman, “Dai, domani vieni a casa mia che ci guardiamo un film”. Lei neanche ci sperava. O meglio, sperava solo in quello.
Vibra il telefono.

“Sali. Terzo piano a sinistra”.

Claaaac! Portone aperto. Sale veloce, non vuole perdere neanche un secondo. Lui è lì, in piedi davanti alla porta spalancata. La abbraccia, un attimo di occhi negli occhi e un bacio. Sembra un film americano.

“Entra” dice lui. Una casa piccola, colorata. E là, in mezzo alla sala, un divano bianco e un tappeto giallo, grandissimo. “Siediti. Ci hai messo tanto col pullman?” “No, no.. venti minuti”. Bugia. Erano almeno quaranta, se li è fatti tutti in piedi schiacciata contro il vetro in mezzo.

“Cosa vediamo?”
“Non so, dimmi tu”
“Io pensavo di vedere il nuovo Moulin Rouge, hanno detto che è bello”
“Va bene”.

Lui si siede lì, vicino a lei, vicinissimo, lasciando mezzo divano vuoto. Mentre parte il film, di nuovo quegli occhi dentro i suoi occhi, di nuovo un bacio, stavolta più lungo. Non era un ‘ciao’, questo. Lui è più grande, tre anni in più, si vedono; in quei tre anni di esperienza non si era di certo risparmiato, lo sapevano tutti. Da lì, da così vicino, poteva notare tutto: quella barbetta da diciottenne, tagliata male, il piccolo neo sotto l’occhio, le labbra rosse.

Quelle labbra continuavano a cercarla, come tirarsi indietro? E allora niente, restava lì ferma. Poi le sue mani si sono mosse, prima rapide, poi più lente, le hanno preso il viso. Adesso tutto era più intenso. Il film andava, andava, ma nessuno dei due poteva più starci attento.

I suoi baci scendevano sul collo, lei quasi non capiva cosa stava succedendo. Le mani sono scese, sulle spalle. Una spinta leggera, e lei, come una nuvoletta bianca mossa dal vento, è scivolata giù, sdraiata sul divano. Aiuto… Cosa fa? Lui è lì, lì accanto, con una gamba tra le gambe di lei. Una mano sugli occhi, buio. Buio e una pioggia di baci, ovunque, dalla bocca, al collo, alle guance, sempre più giù, fino al punto sottile in cui pendeva la piccola C d’argento. Lei sentiva caldo, solo caldo, il fiato di lui che si muoveva sopra, dolce, la sua mano destra che le stringeva la sua. Poi di nuovo la luce, cosa sta succedendo? Lui la guarda un secondo. Poi le sue mani volano decise dove non erano ancora state, sui fianchi, risalgono, afferrano il maglione, lo tirano verso l’alto, delicatamente ma senza fermarsi. Lei non sa più cosa fare, cosa dire. Lui si sfila la maglietta, la lancia via. Un sottile strato di cotone bianco è tutto ciò che separa la loro pelle. Di nuovo quegli occhi negli occhi. Ormai è un segnale, una specie di allarme: bacio in arrivo. Questo era molto più di un bacio. Era un uragano. E lei non era nemmeno preparata.

Tregua, solo un secondo. Si alza in ginocchio sul divano, e lentamente, sorridendo come un diavoletto viola di whatsapp, fa scendere a terra i pantaloncini azzurri.

Nudo di fronte a lei, pronto a tutto, la solleva come una bambolina, la appoggia sul tappeto morbido, ed ecco, le sue mani cercano là sotto.
Questo è il momento. Ora devi decidere. Alzarti e scappare oppure mollare tutto, i tuoi pensieri, le tue paure, un po’ della tua dignità e restare lì, arrenderti a lui, ai suoi occhi che cercano i tuoi per un quarto bacio, che vorrebbe dire, come ad un matrimonio “Sì, lo voglio”.

Ma tu lo vuoi? È proprio questo il momento giusto? È lui, lui quello giusto? Lui, che resterà nei tuoi racconti, nei tuoi ricordi per sempre? Su quel tappeto giallo, morbido, con un inutile film di sottofondo, in una sera d’autunno di un giorno qualunque?

“Amami, come se avessimo un solo giorno per far l’amore”.
All’improvviso se ne esce così. Tutto il mondo si ferma.
I suoi baci sono diventati parole, parole come non ce ne potevano essere di migliori.

“Come se fossimo soli al mondo, soli al mondo”.
E su di lei si stampa un sorriso nuovo, senza pensieri. In silenzio si alza in piedi, si toglie quella maglietta leggera e subito cerca il suo sguardo. Occhi negli occhi. Bocca contro bocca. Pelle contro pelle.

Amami

Bite hard

12 dicembre 2015 § Lascia un commento

Caro lettore,
prima di iniziare a leggere, è necessario che tu ascolti questa canzone. Lasciala di sottofondo, non serve che tu capisca cosa dice. Dovresti solo ascoltarla, ascoltarla in un loop senza fine perché credo che renda perfettamente il senso di quello che sta attraversando i miei nervi in questo momento.

Non sono mai stato un tipo ansioso. Di quelli che si preoccupano di tutto, di quelli che si fanno paranoie e film mentali. Mi è successo, sì, qualche volta di sentire una certa ansia dentro. Un’ansia che si ferma sui miei polmoni, ci si siede sopra, li lascia senza possibilità di aprirsi, mi lascia senza ossigeno. È la mia ansia da prestazione, è tipica, prima di un momento importante, prima di un esame. La conosco. La so gestire.

Ma questa no. Questa non la conosco. Questa è un’ansia tesa, rigida, rabbiosa. Un’ansia elettrica. Ogni fibra, ogni fibra di ogni mio muscolo è in tensione, in attesa, come dovesse scattare da un momento all’altro. Quasi non riesco a scrivere. Ma se mi fermo sento la punta delle dita che si ribella, che vuole muoversi, che deve muoversi, scivolare dal naso al mento, dal mento al naso, sfiorarsi unirsi, allontanarsi incontrarsi, di nuovo.

So che qualcosa sta per cambiare, per esplodere. Lo avverto, come i cani, i gatti avvertono i terremoti. Sono sensibile a queste cose, non lo sapevo, ma lo sono. Lo sono, porca puttana se lo sono.

Bite hard.
Well it´s a broken smile,
Breaking their hearts
and breaking their minds.

Non sono mai stato un tipo volgare. Ma sento di avere il bisogno di volgarità, ho bisogno di cose sbagliate, ho bisogno di rompere questo sorriso, di rompere tutto, ho bisogno di sapere che mi sbaglio io, che è senza senso, che sto costruendo castelli di ipotesi che portano ad altre ipotesi, ipotesi che hanno una conseguenza logica, e secondo questa conseguenza l’unica conclusione possibile è che è tutto andato a puttane. Cosa poi?

Ansia.

Ora il problema sono i piedi. L’ansia se li è conquistati, rispondono solo a lei. Non stanno fermi. Non è un tremore, no. È desiderio di movimento.
È ribellione, ribellione al silenzio, è ribellione a me.

BITE HARD!

Non ho fame. Chi mi conosce ora si preoccuperebbe davvero. C’è solo una situazione che riesce a lasciarmi senza fame. Solo tu ci riesci, tu. Ecco perché so che tutta quest’ansia è colpa tua. Vorrei venire lì, da te, a scoprire se ho ragione o no. Voglio sapere cos’è cambiato ora, cosa vuoi fare ora, voglio spaccare qualcosa. Mi prende lo stomaco. Niente mi prende mai lo stomaco, solo tu ci riesci. Lo prendi, lo chiudi, me lo strappi via. Perché non è cibo che voglio.
Voglio te.
Tu che occupi tutto, che mi fai venire voglia di urlare. Per fortuna c’è questa canzone che urla per me. Vorrei fare così con te. Come lei. Vorrei arrivare da te in silenzio, guardarti, sorridere alla tua faccia stronza che mi guarda chiedendosi che cosa cazzo voglio, e poi esplodere, trascinarti dentro e baciarti, e urlare e baciarti, buttarti su un letto, per terra, sul tappeto, su ciò che preferisci, sconvolgere tutto, sfasciarmi la vita, distruggere il segreto, uccidere il silenzio.

Ma l’unica cosa che uccido ora sono le mie unghie, le mie mani. Le mordo, le mordo forte per punirle, per tenerle ferme, o solo per sapere dove sono. Perché il ritmo della mia ansia ormai mi guida, mi trascina, sono suo. Sono tuo.

Bite hard, Bite hard, Bite hard, Bite hard.

Le mordo forte perché le sento colpevoli, e so che vogliono esserlo ancora, ogni giorno, ogni ora, ogni istante di questa vita. Ogni istante che qui nella mia mente desidera sovrapporsi a quei minuti passati con te, fermarsi lì, in una catena che chiuda tutto, che spenga il sole, che non lo faccia più sorgere o tramontare. Ogni istante le mie mani si guardano e si odiano, la mia ansia le desidera, io le odio, so che non possono, le odio, le mordo di rabbia, le mordo forte.

Dovrei essere felice? Ti cerco, non mi rispondi, avrai altro da fare. Bite hard. Mi dirai di sì, mi racconterai, mi farai passare la fame torturandomi con ogni dettaglio, o forse non lo farai. Bite hard. Mi farai mordere le mani perché non posso mordere te. Sai, io sono Ansia; sono Tortura, Fatica, Sofferenza, Mancanza, Bisogno, Rabbia. Non sono felice. Sorrido, guardami, non sono felice. Mordo, mordo forte.

Più volte mi sono illuso e mi hai spezzato le ossa. Più volte mi sono dato per spacciato e mi sono ritrovato tra le coperte, con quel sorriso che mi piegava le guance, coi miei occhi piccoli che nel vuoto del muro cercavano te, di nuovo accesi.

La mia ansia è arrivata ai denti, mi divora; e allora io mordo. Mordo forte, sempre più forte.

Bite hard.
Bite hard.
BITE HARD.

Tramonto dal terrazzo

30 novembre 2015 § Lascia un commento

Rubo tempo al mio studio, sono stufo. Ho fatto poco o nulla, in realtà, ma è già troppo. La finestra mi offre qualcosa di più interessante: un rosso tramonto affoga nel cielo blu notte. È come un amplesso, un meraviglioso abbraccio che si offre nudo ai miei occhi. Niente coperte, è tutto lì davanti: il rosso, il rosa, il viola, il blu. Mi giro distratto – del resto, ho da fare. Sul tavolo i miei maledetti appunti, brutti, che mi chiamano, come vecchie Sirene dai denti storti. Le sei o sette matite sul tavolo (alzarsi a temperare è impensabile), la tazza vuota di Twinings, il vocabolario e il telefono. Poi di colpo mi giro: “Ah già! Il tramonto!”. Blu, blu scuro, nero. Il tramonto è affogato del tutto. Mi resta l’amaro in bocca, mi disturba quasi, pensare che una cosa così bella debba svanire in due secondi. Vorrei tornare a guardare fuori quei due corpi colorati e nudi che si abbracciano nel letto, poco sopra il bordo del mio terrazzo; ma tutto quanto sembra aver perso senso. Fuori è notte, è notte già da un po’. La notte è rimasta sola, è ancora nuda sul letto, ma il sole, il suo sole non c’è più. Si gira e si rigira, ripensando a quel momento in cui loro due erano una e una sola cosa, quell’attimo splendido rosa e viola. Ma ora è sola, sola e fredda.

Sai, di giorno c’è lui.
Lui è sempre lì, è sorridente, è felice. Ogni tanto ha pure la faccia tosta di lamentarsi, ma la sua vita sembra non avere problemi. Sdraiato a braccia aperte sull’azzurro, la sua giornata scorre senza un perché.
Lei invece no. Lei resta nascosta e pensa a lui; alla sua luce, al suo profumo, al suo calore. Lei è innamorata. In-na-mo-ra-ta. Faccio lo spelling perché so che le dà fastidio sentirselo dire. Ma lo sa, lo sa che alla fine è proprio così. La sua giornata gira solo nell’ottica di vedere lui, di sfiorarlo, di quel brivido, nel contatto, nell’attimo in cui capisce che vogliono entrambi la stessa cosa. Con la differenza che per lui è così, tanto per avere un posto dove andare, tanto per fare qualcosa. Per lei è il senso di un giorno, un mese, una vita. Per lei è tutto.

Lei sta attenta a tutto. A quello che dice, a come si muove, forse persino a quello che pensa – si sa, c’è il pericolo che un pensiero d’amore ti sfugga da un occhio e si metta a cantare davanti a tutti. Prepara una decina di scuse improbabili per cui dovrebbe essere lì, proprio in quel momento. Due frasi di circostanza, due “Sono di fretta”, “Devo andare via”, aspettando che lui la prenda per il polso e inizi a trascinarla verso quel punto, oltre il bordo del mio terrazzo, quel luogo in cui possono essere felici. Felici di felicità diverse, certo. Ma per un attimo, per quell’attimo, felici.

Io la vedo, lei sorride. Con quel polso in avanti, stretto nella mano di lui, mentre fa finta di opporre resistenza, io la vedo. Lui fa lo scemo per strada, quel tanto che basta a farla innamorare ancora di più. Poi magari per un po’ resta in silenzio, a pensare a chissà cosa… Ma alla fine eccoli lì, arrivati proprio dove volevano arrivare, soli.
Soli. L’imbarazzo è una nuvola bianca tra lui e lei. Lei, che brucia dentro, è ferma immobile, fa finta di volersene stare lì, lontana. Lui, che non osa dirle nulla: per una volta forse sa cosa vuole ma non sa cosa fare. Poi di colpo si siede accanto a lei, sul letto. La magia sta proprio lì. Nell’intesa. Nel rendersi conto che hanno capito entrambi.
E il fuoco si accende.

Rosso, rosa, viola e blu. Volevi durasse per sempre e invece è finita. Lui ti spacca il silenzio mormorando un “Basta, devo andare”.
Si alza e se ne va, lasciandoti lì, su quel punto di letto, nuda, fredda, più fredda che mai. E vorresti alzarti, inseguirlo, pregarlo di restare lì con te per tutta la notte. Ma la notte sei tu, e lui deve andare. Il vostro tempo è finito.
Blu, blu scuro, nero. Sei ancora lì sul letto, nuda, fredda. Quasi non ti vedo più. Il tuo sorriso si è perso là, in fondo al mio terrazzo. Inizia la notte, inizia il tempo in cui ti chiedi se è giusto tutto questo, se è giusto soffrire ogni momento per quel momento, quell’unico momento. Forse ti vedo. Sei lì che ti guardi le mani e ti chiedi se tornerà, se verrà ancora a prenderti per il polso, se di nuovo…

Ma quanto sei stupida.

Ogni giorno, se ti fai trovare pronta – con qualche scusa – davanti alle nuvole, lui verrà da te. E non sarai mai la sua giornata, non sarai tu quella che vuole scaldare. Non sarai mai la sua scelta, sappilo. Ma ogni volta che ti accorgerai del tono diverso dei suoi “Dove sei?”, di quell’attimo di esitazione o di uno stupido bacio dato un po’ più in là della guancia, saprai che devi andare lì, oltre il bordo del mio terrazzo, dove lui ti cerca, per prenderti il polso e trascinarti, per passare un’altra sera con te.

Tu e lui, nudi sul cielo in un nuovo, splendido tramonto.

Tosse

5 luglio 2013 § 1 Commento

In questi giorni soffro di una forte e fastidiosa tosse. La sto studiando, ci stiamo conoscendo, inizio a pensare di essere come lei.
Prima di tutto, si presenta di rado (per fortuna). La mia salute non è mai stata ottima, in realtà, ma la tosse è sempre stata davvero rara. E poi, bisogna dire, so sopportare bene i malanni di stagione, specialmente quelli incostanti, imprevedibili. Questi ultimi due aggettivi, a ben pensarci, sono forse il più grande elemento di somiglianza tra me e lei. Non c’è modo di sapere quando giungerà – ammesso che giunga davvero -, e non c’è modo di sapere come sarà, per quanto tempo mi tormenterà, quando si ripresenterà la prossima volta. Potrebbe colpire per dieci minuti consecutivi, senza intervalli (come nelle ultime tre notti) ma non mostrarsi per cinque o sei ore, oppure gestire il tempo in modo più equilibrato con piccoli, frequenti attacchi di geniale sonorità, intervallati da brevi e gioiosi respiri che riportano il silenzio.
Ma le somiglianze non finiscono qui, perché la mia tosse è molto particolare: si accumula, cresce in ritmo e intensità, mi obbliga a interrompere qualsiasi cosa io stia facendo, aumenta, mi piega in due, fino a un colpo intensissimo che sembra distruggermi tempie, cuore e polmoni, ma che in realtà mi libera per qualche tempo. Così sono io – eredità materna: accumulo, accumulo, accumulo per rilasciare tutto in un’esplosione che sembra abbattermi, ma che in verità mi placa. Un meccanismo assurdo, me ne rendo conto; ma d’altronde, prova tu a spiegare all’orologio rotto come girare le lancette al giusto tempo.
Come la mia tosse, inoltre, sono rumoroso. Molto rumoroso, tanto da attirare l’attenzione di chi mi circonda; tanto che è difficile ignorarmi, cercare di isolare il mio rumore; tanto che alcuni vengono a chiedermi “È tutto a posto?!”, e io, da ben educato che sono, faccio sì col capo mentre vado avanti a soffocare.
La mia tosse è secca. Non intendo dire che sono esile come un ramoscello (ohimè). Per secco intendo asciutto, rigido, senza foglie o fronzoli o ricami. Sono tanto secco da risultare a volte duro, sgradevole – insomma, tanto da risultare scortese. Ma questo dipende anche dal fatto che sono piuttosto anomalo, e che dunque i miei canoni non sempre sono conformi a quelli del resto dell’umanità.
La mia tosse, infine, è preoccupante. Mi preoccupa perché è persistente: resiste a tutti i rimedi (per ora solo naturali, miele e cose simili), mi tormenta da quasi una settimana senza tregua, credo nasconda una bronchite o qualcosa del genere. Così, forse, anch’io sono preoccupante. Forse anch’io nascondo qualcosa di più serio, di più grave, da diverso tempo. Ma alla fine non so cosa fare. Non so nemmeno trarre una conclusione per questo post. Probabilmente dovrò andare avanti a sopportarla per un bel po’ di tempo, così com’è, così come si presenta. Insomma, continuerò a frequentarmi e a conoscermi, finché potrò, continuerò a studiarmi, a trarre conseguenze.

E se per molto tempo non scriverò nient’altro, non preoccupatevi, è così:
è la tosse.

Influenze esterne

3 luglio 2012 § Lascia un commento

Penso di star delirando senza motivo, lucido come un vaso cinese:
ecco a voi il frutto della notte e dei suoi pensieri, quando riemergono di giorno. E li fai riemergere tu, che lo sai, te ne compiaci.
Sono qui fermo, fermo, fermo.
Eppure qualcosa si muove. Come una gelosia sottopelle; sarà la voce di un bambino che desidera il suo gioco. Ma è più di un gioco, anche se a volte vorrei fosse solo quello; è un insieme di sguardi e di dubbi, di frasi pensate e lasciate a metà, commenti, battute – stai giocando o fai sul serio?

Vorrei capire. Perché schiantarsi contro il muro, per chi non l’ha mai fatto, può essere pericoloso. Soprattutto se chi si schianta ha il terrore di farsi del male, se non può fare a meno di chiudersi a chiave nell’armadio dietro al letto quando pensa ci sia anche solo l’ombra d’un pericolo. Vado verso lo schianto? Può essere. Ma tu sei il miele, me l’hanno detto, me ne sono accorto.
Non che tu sia dolce, ragazza mia, no. Ma sei desiderata, tutte quelle piccole sciocche api attorno a te, un ronzio crudele, tu lo vedi che mi fa soffrire – o mi dà fastidio, e forse è questo che ti diverte. Li ho qui davanti, i tuoi occhi. Nella mia mente, ma disegnati nell’aria davanti a me, mi guardano, mi sfidano di nuovo.

Sai, è tutto un gioco di fughe, di inseguimenti, qualcuno direbbe “Ma che è, amore?”
“No” – dico io. Non so neanche dove inizia l’amore.

Dimmi, cosa vuoi sapere? Vuoi le prove del mio interesse? Perché, non si vede già?
Non sei una cavia, non sei un mio esperimento – sono io, piuttosto, una tua preda. Lo so, ti piace esser predatrice, per dare un morso alla vittima migliore. Ma più che offrirmi cosa devo fare? Gareggiare è dura, ma il vento è a favore – lo stai soffiando tu, piano piano, per non farti sentire, per non farti vedere.

Tanto piano che potrei sbagliarmi. Forse è solo la brezza d’estate, forse mi illudo. Non voglio essere la pietra scartata, non aspetterei d’essere messo di fronte a tutti, neanche dovesse giungere il Messia per un capriccio o poco più.

Wow, faccio il modesto con me stesso, cerco di mentirmi con quel sorrisino di sempre. E dentro penso “Che bello, mi sto prendendo in giro, ce la sto facendo”. Oh, peccato che, qui, chi cerca di ingannare è anche l’oggetto dell’inganno, e di solito queste cose non funzionano – come il solletico da soli.

Un solletico, tra l’altro, ecco cosa sei. Fuoco sotto i piedi.

Continuerò a inseguirti, aspetto il momento buono, la battaglia decisiva: vittoria o sconfitta. Mah, il cielo promette bene. Forse è ora di andare, a preparare un modo per lottare, se servirà.

E tu intanto Soffia vento, Soffia!